Per un numero crescente di famiglie italiane, garantire assistenza a un anziano non autosufficiente o un supporto domestico stabile sta diventando una spesa difficilmente sostenibile. Non è un’impressione: i numeri raccolti dal Family (Net) Work confermano che il costo del lavoro domestico è oggi uno dei principali fattori di pressione sui bilanci familiari.
Un costo fuori scala per quasi la metà delle famiglie
Il 42,3% delle famiglie che impiegano un collaboratore domestico regolare dichiara che la spesa è diventata difficilmente sostenibile. Una quota in costante crescita negli ultimi due anni.
Ancora più evidente è ciò che sta accadendo al ceto medio: tra gennaio 2023 e luglio 2024, la percentuale delle famiglie “economicamente stabili” che non riescono più a sostenere il costo dell’assistenza è raddoppiata, passando dal 27,9% al 55,2%.
Un segnale chiaro: il problema non riguarda più solo le fasce più fragili, ma sta erodendo il cuore economico del Paese.
Non sorprende che il 78% delle famiglie indichi proprio l’impatto della spesa come la criticità principale del lavoro domestico. E più della metà (58,7%) chiede la deducibilità totale del costo del lavoro domestico, perché le agevolazioni attuali sono troppo limitate e non intercettano i reali bisogni delle famiglie.
L’effetto-domino: quando il costo dell’assistenza allontana le donne dal lavoro
L’insostenibilità economica non produce solo rinunce sul piano della cura: incide direttamente sulle scelte lavorative, soprattutto delle donne.
Secondo i dati analizzati nel Rapporto, cresce del 5,3% il numero di donne che rinunciano a lavorare per motivi familiari (2018–2023). Il segnale più allarmante arriva però dalle 55-64enni, dove l’aumento raggiunge un +34,7%.
È un indicatore chiarissimo: quando l’assistenza diventa troppo costosa, molte donne – spesso figlie o nuore di persone non autosufficienti – si vedono costrette a lasciare il lavoro per diventare caregiver “di necessità”.
Questa dinamica è aggravata anche dalle difficoltà del welfare pubblico: la spesa sanitaria in rapporto al PIL scenderà dal 7,4% del 2020 al 6,1% del 2026, mentre la preoccupazione principale delle famiglie riguarda proprio non autosufficienza e inabilità (64,6%).
In altre parole: mentre il bisogno di assistenza aumenta, le risposte pubbliche arretrano, e il peso ricade quasi interamente sulle famiglie.
Se non si interviene, il rischio è un ritorno silenzioso al caregiving domestico e femminile
La combinazione tra costi insostenibili, servizi pubblici insufficienti e invecchiamento della popolazione sta creando un effetto boomerang:
- meno lavoratori domestici;
- più famiglie che non riescono a sostenere l’assistenza;
- più donne che lasciano il lavoro per coprire i vuoti del sistema.
Un ritorno indietro di decenni, verso un modello familiare che assegna alle donne il ruolo di caregiver esclusivo, spesso con forti ripercussioni su reddito, autonomia e possibilità di carriera.
La proposta di Assindatcolf: un credito d’imposta che dimezza i costi
Una delle soluzioni più efficaci discusse nel Rapporto è l’introduzione di un credito d’imposta sul modello francese, ipotizzato, ad esempio, al 50%.
Con questo schema, una famiglia che assume una badante convivente a tempo pieno passerebbe da un costo annuo di 20.270 euro a 9.425 euro grazie all’unione di uno sgravio di 2 euro l’ora e del credito del 50%.
Un intervento di questo tipo avrebbe tre effetti immediati:
- ridurre i costi per le famiglie, rendendo sostenibile un’assistenza regolare;
- limitare il ritorno al lavoro di cura non retribuito delle donne;
- favorire l’emersione del lavoro irregolare, oggi a livelli altissimi.
